Manuel Zurria, il flauto nel labirinto della ripetizione

Paolo Carradori, Il Giornale della Musica

https://www.giornaledellamusica.it/dischi/manuel-zurria-il-flauto-nel-labirinto-della-ripetizione

Ci sono, direi per fortuna, musicisti che trasmettono attraverso le scelte repertoriali di un concerto o di un cd un messaggio culturale, il perché di una scelta di campo, l’intenzione di farci riflettere su qualcosa che va oltre l’esposizione delle loro capacità interpretative, di lettura di quei materiali. Processo che, consciamente o no, arricchisce quel documento sonoro di un valore aggiuntivo.

Questa la sensazione dopo l’ascolto di Again & Again (Ants) del flautista siciliano Manuel Zurria. Due cd zeppi di stimoli, visioni, che documentano ampiamente aspetti conosciuti o meno di quelle correnti musicali definite minimaliste, ripetitive, più recentemente process music, anche se tutte queste etichette c’è chi le considera non equivalenti, chi sovrapponibili. Potremmo definire Zurria un "recidivo". Già nel 2007 infatti con Repeat! (triplo cd per Die Schachtel) e nel 2011 con Loops4ever per Mazagran il flautista intendeva «creare una mappa di musicisti collegati dal filo invisibile della ripetizione» (sue parole dal booklet). Sta qui lo scarto, quel valore aggiunto di cui sopra. Un amore per la ripetizione non semplicemente documentato ma vissuto come sollecitazione, necessità culturale di disegnarlo all’interno di una cornice più ampia. Su questa linea Again & Again ampliando il panorama della ricerca ai protagonisti del Minimalismo americano, proponendo anche compositori meno noti provenienti dall’est europeo, non solo risulta di notevole interesse e piacevole ascolto ma assume il carattere di testimonianza preziosa su uno spaccato della musica del Novecento e di oggi. Ma Zurria aggiunge un elemento in più a questo panorama di per sé già ampio. Adatta, rielabora, trascrive molte composizioni nate per altri strumenti, le adatta alle proprie esigenze creative, ai propri flauti, in questo modo dilata il proprio ruolo di interprete, si trasforma in qualche modo in autore. In fine si potrebbe anche dire che Again & Again, anzi il trittico completo, esaltando il valore comunicativo, compositivo e sperimentale della ripetizione, suona anche come sveglia per buona parte della critica musicologica spesso arenata a vecchi stilemi eurocentrici che legge ancora con fredda sufficienza questo pezzo di storia della musica contemporanea. Il confronto ravvicinato tra i padri del Minimalismo americano (Philip Glass, Terry Riley, Steve Reich) e compositori che vengono dalla Lituania, l’Ungheria, la Slovacchia che sviluppano in modo sorprendente quelle tracce trasportando la filosofia minimalista da tutt’alta parte è molto stimolante. Le due Dances #2 e #4 entrambe del 1979, originariamente per organo, e In Again Out Again (1969) scritta per due pianoforti, ci ricordano il Glass giovanile, la sua avvolgente matematica dell’estraniazione alla quale Zurria aggiunge la leggera ironia dei giocattoli. Una spasmodica ricerca di nuovi spazi musicali sul piano del linguaggio, del senso del tempo, dei timbri ma anche l’esposizione dell’esigenza di instaurare un diverso rapporto con chi ascolta. Dorian Reeds di Riley è del 1965 nata per sassofono, si caratterizza per una maggiore e sinuosa mobilità degli elementi e sfalsamenti interni in una predisposizione poetica e rituale che evoca l’oriente. Notevole la trascrizione per tre flauti e percussioni giocattolo che Zurria realizza su Red Phase (1966) di Steve Reich (l’originale è per sassofoni e nastro). Il timbro brillante del flauto piccolo rende ancora più etereo, sognante, frizzante l’intero percorso del brano che se ti lasci andare ti trascina in un vortice incontrollabile. Quando arriva il silenzio è come precipitare in caduta libera da un grattacielo.  Tra le sedici composizioni proposte non poche sono le sorprese, soprattutto riguardo ai compositori dell’est europeo che raramente incontriamo. Lo slovacco Adrián Democ con il breve Canon (2017), che Zurria trascrive mirabilmente per quattro flauti, incanta per profondità e leggerezza. Il primo cd si chiude con Bagatelle (1985) dell’inglese Howard Skempton. Nella brevità del brano si evoca non solo la particolare forma musicale generalmente concepita da camera ma viene esaltata anche una trama, una filigrana di grande fascino ed eleganza nella quale Zurria si esalta per misura, timbro e agilità. Il secondo cd apre con un sorprendente Számezene II-instrumental version, in LA (1995) dell’ungherese Laszló Sáry per sette flauti e percussioni giocattolo, da un marcato carattere ritmico, ludico, ironico e obliquo, ci trascina in un mondo semplice e incantato. Ma sorprende ancora di più Water -Wonder (1981-83) di Tibor Szemzö, anche lui ungherese, per quattro flauti, che si snoda in una esaltante polifonia, incroci-scontri dei fiati che creano un muro di suoni densi e sinuosi, dove emerge uno spiccato senso compositivo tra movimenti, gioco di volumi. Ma il secondo cd contiene i due brani che più ti rimangono dentro sfuggendo anche ad una rigida classificazione nel panorama minimalista-ripetitivo. Si tratta di Kalno Sutartinè (VII) (2015) per 72 flauti del lituano Ricardas Kabelis e Harmonium #1 (1976) per 12 flauti e onde sinusoidali dell’americano James Tenney. Composizioni che trascinano in una trance infinita, lunghe vibrazioni sonore che rimandano a ritualità, serenità, una musica che pare ferma ma dove in realtà tutto si muove. Materiali dove Zurria si esalta non solo sul piano strumentale ma anche su quello della elaborazione, reinvenzione, dilatazione degli spazi sonori.  Again & Again è un vero scrigno di suoni sorprendenti, situazioni inusuali tra conferme, riscoperte, stupori e visioni. Una cosa è certa, Manuel Zurria ci dimostra in centocinquanta minuti che, se è vero che nessuna musica è mai stata estranea alla ripetizione, nell’universo contemporaneo questa ha rappresentato e rappresenta in tutte le sue forme evolutive e sperimentali una svolta radicale sia nella filosofia compositiva come nella prospettiva di fruizione. In fondo, per dirla con Robert Ashley: «brevi idee ripetute massaggiano il cervello». Su questa linea Again & Again ampliando il panorama della ricerca ai protagonisti del Minimalismo americano, proponendo anche compositori meno noti provenienti dall’est europeo, non solo risulta di notevole interesse e piacevole ascolto ma assume il carattere di testimonianza preziosa su uno spaccato della musica del Novecento e di oggi. Ma Zurria aggiunge un elemento in più a questo panorama di per sé già ampio. Adatta, rielabora, trascrive molte composizioni nate per altri strumenti, le adatta alle proprie esigenze creative, ai propri flauti, in questo modo dilata il proprio ruolo di interprete, si trasforma in qualche modo in autore. In fine si potrebbe anche dire che Again & Again, anzi il trittico completo, esaltando il valore comunicativo, compositivo e sperimentale della ripetizione, suona anche come sveglia per buona parte della critica musicologica spesso arenata a vecchi stilemi eurocentrici che legge ancora con fredda sufficienza questo pezzo di storia della musica contemporanea.  Il confronto ravvicinato tra i padri del Minimalismo americano (Philip Glass, Terry Riley, Steve Reich) e compositori che vengono dalla Lituania, l’Ungheria, la Slovacchia che sviluppano in modo sorprendente quelle tracce trasportando la filosofia minimalista da tutt’alta parte è molto stimolante. Le due Dances #2 e #4 entrambe del 1979, originariamente per organo, e In Again Out Again (1969) scritta per due pianoforti, ci ricordano il Glass giovanile, la sua avvolgente matematica dell’estraniazione alla quale Zurria aggiunge la leggera ironia dei giocattoli. Una spasmodica ricerca di nuovi spazi musicali sul piano del linguaggio, del senso del tempo, dei timbri ma anche l’esposizione dell’esigenza di instaurare un diverso rapporto con chi ascolta. Dorian Reeds di Riley è del 1965 nata per sassofono, si caratterizza per una maggiore e sinuosa mobilità degli elementi e sfalsamenti interni in una predisposizione poetica e rituale che evoca l’oriente. Notevole la trascrizione per tre flauti e percussioni giocattolo che Zurria realizza su Red Phase (1966) di Steve Reich (l’originale è per sassofoni e nastro). Il timbro brillante del flauto piccolo rende ancora più etereo, sognante, frizzante l’intero percorso del brano che se ti lasci andare ti trascina in un vortice incontrollabile. Quando arriva il silenzio è come precipitare in caduta libera da un grattacielo. Tra le sedici composizioni proposte non poche sono le sorprese, soprattutto riguardo ai compositori dell’est europeo che raramente incontriamo. Lo slovacco Adrián Democ con il breve Canon (2017), che Zurria trascrive mirabilmente per quattro flauti, incanta per profondità e leggerezza. Il primo cd si chiude con Bagatelle (1985) dell’inglese Howard Skempton. Nella brevità del brano si evoca non solo la particolare forma musicale generalmente concepita da camera ma viene esaltata anche una trama, una filigrana di grande fascino ed eleganza nella quale Zurria si esalta per misura, timbro e agilità. Il secondo cd apre con un sorprendente Számezene II-instrumental version, in LA (1995) dell’ungherese Laszló Sáry per sette flauti e percussioni giocattolo, da un marcato carattere ritmico, ludico, ironico e obliquo, ci trascina in un mondo semplice e incantato. Ma sorprende ancora di più Water -Wonder (1981-83) di Tibor Szemzö, anche lui ungherese, per quattro flauti, che si snoda in una esaltante polifonia, incroci-scontri dei fiati che creano un muro di suoni densi e sinuosi, dove emerge uno spiccato senso compositivo tra movimenti, gioco di volumi. Ma il secondo cd contiene i due brani che più ti rimangono dentro sfuggendo anche ad una rigida classificazione nel panorama minimalista-ripetitivo. Si tratta di Kalno Sutartinè (VII) (2015) per 72 flauti del lituano Ricardas Kabelis e Harmonium #1 (1976) per 12 flauti e onde sinusoidali dell’americano James Tenney. Composizioni che trascinano in una trance infinita, lunghe vibrazioni sonore che rimandano a ritualità, serenità, una musica che pare ferma ma dove in realtà tutto si muove. Materiali dove Zurria si esalta non solo sul piano strumentale ma anche su quello della elaborazione, reinvenzione, dilatazione degli spazi sonori. Again & Again è un vero scrigno di suoni sorprendenti, situazioni inusuali tra conferme, riscoperte, stupori e visioni. Una cosa è certa, Manuel Zurria ci dimostra in centocinquanta minuti che, se è vero che nessuna musica è mai stata estranea alla ripetizione, nell’universo contemporaneo questa ha rappresentato e rappresenta in tutte le sue forme evolutive e sperimentali una svolta radicale sia nella filosofia compositiva come nella prospettiva di fruizione. In fondo, per dirla con Robert Ashley: «brevi idee ripetute massaggiano il cervello».

 

 

 

Minimalismo, la ripetizione è un’arte

Alias de “Il Manifesto”, 22 Agosto 2020

Mario Gamba

La musica ripetitiva detta anche minimalista – ma le due definizioni non sono accettate da tutti come equivalenti – è cosa del passato? Una cosa degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso? Una colonna sonora per hippie acculturati, viaggiatori tra Berkeley e l’India? Macchè. Si tratta di un modo d’intendere la musica che ha tutte le possibilità di rinnovamento e di rivolgimento che hanno altre opzioni di quel crogiuolo che si chiama musica contemporanea. Ne è convinto Manuel Zurria. Flautista è dir poco: è un interprete che lavora sui testi con acume da compositore. Cita un gran teatrante, Pippo Delbono, per accreditare la propria visione della ripetizione (in musica, in filosofia): la ritualità porta a una prospettiva in cui “tutto si ripete, ma è come se ogni volta fosse la prima”. Il nuovo doppio cd con cui Zurria torna in primo piano sulla scena, “Again & Again” (ANTS) è il compimento di un ciclo che corrisponde a un desiderio: “creare una mappa di musicisti collegati dal filo invisibile della ripetizione”. Le parole di Zurria sono parti dell’autointervista che il musicista premette al suo lavoro discografico. Scritto con intelligenza invidiabile: magari tutti i giornalisti intervistatori ne esibissero sempre della stessa pasta! In questo magnifico concerto per tutti i tipi di flauti e vari dispositivi tecnologici ci sono esponenti classici della musica basata sul concetto di ripetizione - Philip Glass, Steve Reich, Terry Riley, vale a dire i fondatori, i profeti – e ci sono più numerosi gli elaboratori in proprio, più recenti, spesso distanti da moduli riconducibili ai “grandi padri” di questa visione dell’arte dei suoni. Consistente il gruppo dei compositori che vengono dall’Est europeo: i lituani Rytis Mazulis e Ricardas Kabelis, gli ungheresi László Sáry e Tibor Szemzö, lo slovacco Adrián Democ. Il brano di Kabelis, “Kalno Sutartine VII” è per 72 flauti, è scritto per Zurria e non è ancora pubblicato. Si basa sulla ripetizione in maniera standard, se vogliamo, ma ha un mood magico: un tipo mai ascoltato di serenità. Una meraviglia, forse il gioiello della raccolta, è “Harmonium #1” di James Tenney, un immenso compositore americano coetaneo di Glass, Reich e Riley. Difficile dire se l’opera rientra nell’universo minimalista. La versione zurriana per flauti e onde sinusoidali è una musica che ha la forma di un’unica onda di suono così tenue, così densa, così ammaliante. La materia degli strumenti e del dispositivo tecnologico è ricomposta in una materia nuova e sembra provenire da un’unica sorgente sonora. Ci pervade, riempie di affetti e pensieri liberi il nostro tempo di vita.

Kahodik 15 Luglio 2020

Il flautista italiano Manuel Zurria propone questo lungo doppio album il cui titolo coglie perfettamente l’essenza dell’operazione. I brani interpretati, alcuni lunghissimi, altri discretamente brevi, sono composizioni – in molti casi ri-arrangiate per flauto/i, a volte supportato/i da altri strumenti tutti suonati da Zurria (in particolare effetti, percussioni, percussioni giocattolo)- di esponenti, celebri e meno celebri (magari semplicemente perché più recenti), del minimalismo: Számzene I – counting music (for Tom Johnson) e Számzene II – instrumental version, in LA  (1995) di László Sáry (1995), Dance #2  (1979), Dance #4  (1979) e In Again Out Again  (1968) di Philip Glass, Canon (2017) di Adrián Demoč, Clapping Music (1972) e Reed Phase (1966) di Steve Reich, Bagatelle (1985) e Bagatelle 2 (2019) di Howard Skempton, Dorian Reeds  (1965) di Terry Riley, 7 Flutes (2015) di Kevin Volans, Carduelis (2018) di Rytis Mažulis, Water-Wonder  (1981-83) di Tibor Szemző, Harmonium #1 (1976) di James Tenney e Kalno Sutartinė (VII)  (2015) di Ričardas Kabelis. I protagonisti assoluti di questo viaggio sonoro, della durata di circa due ore e mezza, nelle sottili pieghe del minimalismo musicale sono due. Il primo è il virtuosismo dei flauti di Zurria, che già vanta registrazioni importanti e collaborazioni con compositori eccellenti, tra cui Sylvano Bussotti, Aldo Clementi, Alvin Lucier, Salvatore Sciarrino, Giancarlo Cardini, Philip Corner e Noah Creshevsky. La seconda protagonista è la ripetizione. Estenuante, la musica ripete, ancora una volta di più, il pattern melodico-ritmico su cui si basa, articolandolo lentamente con gradualissime, magari quasi impercettibili, variazioni. E così facendo, girando spesso in tondo per dir così all’infinito (questa l’impressione che subisce la nostra attenzione di ascoltatori), cattura la nostra percezione uditiva che si lascia portare via da questi mantra vorticosi trascinando con sé la nostra mente negli spazi siderali del sempre uguale… eppure anche sempre, sottilmente, diverso.

Voto: 9

Alessandro Bertinetto

CONTINUO'S DOCUMENTS - JULY 28, 2020

[review by Laurent Fairon]

Manuel Zurria is an Italian flutist born 1962, the interpret of many contemporary works for flute from the 1960s avantgarde to today’s postmodern works, which he performs with or without electronics, re-recording, or extraneous noises. Zurria also premiered multiple pieces he commissioned to living composers.This 2xCD set is the 3rd volume of a trilogy focusing on Minimalist composers. I’m not familiar with vol.1, but I enjoyed vol.2 ‘Loops4ever’ back in 2011, collecting radical sound experiments for electronics, vocals and weird sound treatments and occasionally flute. Titled 'Again & Again’, the present record is a survey of the many colors of American and European Minimalist music for the flute including familiar names like Philip Glass, Steve Reich, Terry Riley, Howard Skempton, James Tenney, Kevin Volans or Tibor Szemző, as well as little known composers from Slovakia or Lithuania.The re-recording technique favored by Zurria on many tracks can conjure up otherworldly sonorities, from dreamy delay effects to massive accumulation. Zurria also adds extraneous sounds here and there, his signature sort of, like in Philip Glass’ Dances #2 and 4, originally for organ, and here rendered as joyful, exquisite dances for flutes, toy instruments and environmental sounds like train – both tracks are some of the highlights of the album for me, though my favourite has to be Tibor Szemző’s Water-Wonder, a sublime, dreamy build-up for 4 different flutes exploring homophonies between actual flutes and delay effect.On several occasions, Zurria appropriates compositions originally for saxophone, organ, piano or percussion and reconfigure them according to his own tastes, with or without flute – like Steve Reich’s Clapping Music, here interpreted with handclappers (!). This variety of approach provides diversity and keep things interesting throughout, yet an inevitable cumulative effect arises from such an anthology which should be appreciated through little sips rather than one long sitting.

VITAL WEEKLY

Frans de Ward

number 1243 -------------------- week 30----------------

The catalogue of Ants Records, the flute has a special place, it seems. Following Werner Durand's 'Schwingende Luftsaulen 2' (Vital Weekly 1179), there is now another release with flutes and operate in the world of minimalism. However, whereas Durand plays compositions he wrote, Zurria performs works from the mighty canon of early minimalism. Zurria performed pieces that were specially written for him by Giancarlo Cardini, Philip Corner, Noah Creshevsky, Bernhard Lang, Mary Jane Leach, James Saunders, Stefano Scodanibbio, Jacob TV and others. This double CD is the final part of a triptych about minimal music, of which I only heard 'Loop4ever' (Vital Weekly 776) and not the preceding triple CD 'Repeat'. Here, he plays pieces by Steve Reich, Terry Riley and Philip Glass, but also lesser-known composers László Sáry, Adrián Demoč or Rytis Mažulis . The point he wants to make, I guess, is the diversity of minimal music and compare the founding fathers with newbies. I assume, judging by the music that Zurria uses loop devices and pre-recorded sounds in addition to his real-time playing. I could voice an opinion on loop devices, and how probably Reich et al would not like them, but then, to each freedom to use whatever he seems fit. I am not the person to condemn certain apparatus, loopers for instance, or software (bashing Ableton Live as kids stuff); use what you feel conformable with. I very much enjoyed the pieces performed by Zurria. Sometimes he stays close the original, such as in 'Dance #2', originally for organ, composed by Philip Glass but in Steve Reich's 'Clapping Music' we no longer recognize a flute and the instrument is now reduced to a percussion one. In Reich's 'Reed Phase', Zurria adds toy percussion (which he does in a few other pieces too), which give a fine orchestral feel to the piece. Some Eastern European composers have a distinctly different take on minimal music. 'Carduelis' by Rytis Mažulis is quite a dissonant piece of music and Tibor Szemzö's 'Water-Wonder' is a gentle flow. The 'American' pieces are rhythmically stronger and joyous, it seems, with the exception to James Tenny's 'Harmonium II', an excellent drone piece with sine waves. All together this is about two and a half hours worth of music and that is a lot to take in. I did give it a listen in one go, and enjoyed it a lot; Zurria has a lot of variations to offer in how to approach a minimal composition and uses his time well to explore the pieces. 

Gino Dal Soler, Blow Up #266/267 Luglio/Agosto 2020

Manuel Zurria è sopra ogni cosa un bravissimo interprete (anche dal vivo) e uno dei più ferventi e pazienti trascrittori se così mi permettete di dire, di partiture minimaliste, per quello che è il suo strumento elettivo, il flauto. Cosa tutt’altro che facile. E ce lo spiega bene nell’auto intervista racchiusa tra le note, quando ha voluto ad ogni costo metter mano alle due parti (2 e 4) di Dance di Philip Glass, che in origine erano per organo e che qui invece Zurria fa scintillare splendidamente con i suoi flauti a cui aggiunge un tocco di percussioni giocattolo e field recordings. La cosa gli riesce quasi altrettanto bene con Dorian Reeds, una delle primissime composizioni di Terry Riley del 1965, che lì era per sax e delays e qui ovviamente per flauti e delays. Efficaci anche le sue trascrizioni di Reed Phase di Steve Reich per tre piccolo e toy percussions, del quale rivisita a modo suo anche il celeberrimo Clapping Music. Tra queste composizioni di lungo respiro fanno capolino le due brevi delicate Bagatelle di Howard Skempton, e i due assai sfiziosi adattamenti di Szamzene del compositore ungherese László Sáry, il primo dei quali suona quasi come uno scherzo dedicato a Tom Johnson per sette voci e percussioni, mentre il secondo più canonico è per sette flauti. L’idea di mettere a confronto l’early minimalism americano di Reich, Glass, Riley, Tenney con i posteriori compositori minimalisti dell’est europeo, è forse la scommessa vincente di questo progetto. Il citato László Sáry e il conterraneo Tibor Szemzö, ma anche il lituano Ricardas Kabelis la cui Kalno Sutartine (VII) per 72 flauti è la vera rivelazione del doppio cd, insieme probabilmente all’appassionata rilettura di Harmonium #1 per 12 flauti e sinawaves del sottostimato James Tenney. E una citazione apposita vale anche per i 7 Flutes di Kevin Volans. C’è insomma molta carne al fuoco in queste due ore e mezza di musica, e l’ascolto è inevitabilmente impegnativo, ma questo è anche il compimento della sua trilogia devota al minimalismo, iniziata nel 2007 con il triplo cd Repeat! uscito su Die Schachtel e poi proseguita nel 2011 con Loops4ever per l’etichetta portoghese Mazagran. Il flautista ci mette tutta la sua partecipazione e passione, con una lettura e riscrittura che mai si limita alla ripetizione accademica, anzi non di rado si manifesta fantasiosa ed immaginativa (7/8)